martedì 17 gennaio 2017

La conciliazione

La conciliazione è un'arte delicata.
Sorprendentemente (ma poi perché?) di più per un autonomo che per un dipendente.
Se c'è qualche piccolo inconveniente sanitario in famiglia diventa più complesso.
Se ci aggiungi qualche inconveniente logistico...
La soluzione, ad un certo punto, è solo smettere di pensare di poterci far stare tutto.
Ed accettare che qualcosa di qui o di là salti.
E riformulare e metabolizzare in fretta.
Sperando di aver azzeccato il criterio giusto del salto. 
Credo.

domenica 15 gennaio 2017

Le più belle albe della mia vita


Ho passato 17 notti in mare.
Notti in cui ho visto di tutto.
Compreso le più belle albe della mia vita. 

(Cit.)
Forza e determinazione da uomini,
fragilità e bisogno di ascolto da bambini,
corpi, menti, cuori in transizione e trasformazione, come tutti gli adolescenti,
Attraversando confini che non sono solo fisici. Sono anche spazio temporali, culturali, religiosi ed amministrativi. 
Enormi potenzialità di ponti tra mondi.
Enormi rischi di non trovare altro che luoghi "sbagliati". 
Sono tutti diversi. Ognuno è una storia a sé.
Ma dovessi dire oggi mi sembrano un po' così, i ragazzi che chiamiamo minori stranieri non accompagnati. E ciò che non vediamo abbastanza è che il rischio della loro esclusione non è solo per loro, ma anche, fortissimo, per noi. 

Intanto si potrebbero approvare:

Assolutamente non sarebbe la risoluzione di tutti i problemi. 
Ma la prima riconoscerebbe i diritti di chi spesso personalmente non ha nemmeno mai migrato. 
La seconda sarebbe un modo per cui, di fronte a "minori stranieri", scegliamo di guardare prima all'essere minori e poi all'essere stranieri.
In entrambi i casi, sarebbe un modo di mettere in pratica il fatto che "la realtà è superiore all'idea" e che non c'è salvezza per nessuno se non "restiamo umani".

venerdì 30 dicembre 2016

Innaffiare la speranza...


Il 2016 è stato un anno complesso. Ha messo in discussione molte certezze, quindi ha anche messo in moto molte energie. 

Tra le cose nuove che il 2016 mi ha messo tra le mani c'è una partita Iva, la riflessione sui temi del consumo, l'incontro (non solo online) con faccioquellocheposso, il mondo scout e l'esperienza di #apiedi. 

Il 2017, come ogni anno che inizia, non è già scritto.
Vedremo cosa porterà con sé e vedremo cosa sapremo farne noi. 
Non esiste situazione in cui non ci sia margine di scelta. A volte, magari, non abbiamo la possibilità di cambiare le cose, ma sempre e comunque abbiamo la possibilità di scegliere come viverle. 

Intanto, tra il poco che so del 2017, so che avrò l'occasione, in parte del mio tempo, di collaborare con una realtà di accoglienza di minori stranieri non accompagnati. Non so cosa ne nascerà. Ma sono contenta, grata e curiosa. 

Contenta, grata e curiosa per il tornare, più di 15 anni dopo, ad essere una assistente sociale. 
L'immagine pubblica della categoria in Italia magari non è sempre trendy, ma questi giorni sono in immersione da studio per recupero crediti formativi ed ho appena scoperto che la nuova definizione internazionale dice che servizio sociale è una professione che "promuove il cambiamento sociale e lo sviluppo, la coesione e l'emancipazione sociale, nonchè la liberazione delle persone". Che principi fondamentali del servizio sociale sono "giustizia sociale, diritti umani, responsabilità collettiva e rispetto delle diversità" e che "il servizio sociale coinvolge persone e strutture per affrontare le sfide della vita". 
E io so che in fondo è questo ciò che mi muove. 

Contenta, grata e curiosa per l’opportunità di partecipare in modo diretto a quella "grande sfida della vita collettiva" che è oggi costituita dal fenomeno delle migrazioni. Credo sia uno snodo fondamentale del nostro presente e del nostro futuro. 

Contenta, grata e curiosa perché tenere assieme un lavoro autonomo ed una dimensione associativa e politica sarà complesso, faticoso e non scontato. Ma credo che, se saprò trovare il giusto punto di equilibrio e se ne avrò la possibilità, entrambe le dimensioni ne saranno rafforzate (che poi il tutto deve conciliarsi con l’essere mamma, poi vorrei non smettere di camminare, poi c'è il blog che da ormai 4 anni è filo di continuità...).

Insomma… il 2016 finisce, il 2017 inizia e l’augurio che mi viene da condividere è: fare quel che si può, nulla di più ma anche nulla di meno, per innaffiare la speranza propria ed altrui e farla crescere. 
Perchè di speranza abbiamo bisogno.  


Buone scelte e buona vita a tutti/e!

lunedì 19 dicembre 2016

Il consumatore cittadino







Il mondo del lavoro si trasforma. L'automazione cancella posti, il commercio elettronico sposta gli acquisti online e sopprime occupazione tradizione. Nuove fruizioni di beni erodono clienti nel settore dei servizi e di ospitalità e trasporti e gli utilizzatori diventano soggetti interni al ciclo di produzione. Lo spazio lasciato libero dallo Stato che contrae presenza (sanità, sicurezza, infrastrutture) viene occupato da monopolisti e grandi player che sconvolgono settori tradizionali. I rischi d'impresa sono scaricati sempre più sui lavoratori che, senza tutele, si ritrovano sotto controllo h24, soli nel mare aperto del mercato disintermediato. Per il consumatore nel frattempo si moltiplicano le offerte, spesso anche con performance migliori del passato, ma la società aumenta il suo divario anche su questo fronte: solo chi ha redditi alti ha accesso a prodotti e servizi di qualità, mentre il mercato a basso costo si allontana sempre più dalla sostenibilità (sociale, ambientale ed economica). 

È questo il futuro cui siamo destinati? Lavoro e diritti sono irrimediabilmente solo un ricordo del passato? No. I catastrofisti non hanno ragione. Ma siamo in un passaggio d’epoca e c’è da rimboccarsi le maniche. I nodi chiave sono tre, da affrontare in contemporanea ed in modo interconnesso l’uno con l’altro:
-    produzione. In cosa l’essere umano batterà sempre e comunque la macchina? Nella cura delle relazioni e nella capacità di usare ed applicare una competenza creativa. Il mondo evolve e continuerà a farlo. Conoscere, comprendere, connettere e risolvere problemi sempre nuovi. Valorizzare ciò che c’è, riuscire a vedere, prima ancora di fare. Se si investe in questo (collegando, più ancora che alternando, mondo della scuola, università e mondo del lavoro) ci sarà spazio per i lavoratori. La prima cosa su cui cambiare lo sguardo è che sostenibilità ambientale e sociale non sono vincoli, sono opportunità e fattori strategici di sviluppo. Lo sono da decenni, ma finora non siamo stati in grado di riconoscerlo.  

-    consumo. Da 20 anni la legge vede il consumatore come la parte debole nel momento della stipola di un contratto con un produttore di beni o servizi. E prova a tutelarlo. E’ giusto ma oggi è tempo di un salto di qualità: riconoscere che il consumatore non è una vittima impotente. E’ un soggetto a pieno titolo del mercato. Con un potere economico da esercitare. E non solo: la scelta di tra un bene ed un altro è anche un atto politico. Tanto quanto associarsi o votare. Anche perché il consumatore siamo noi. Chi l’ha detto che il cittadino è morto per lasciare spazio al consumatore. Il cittadino, se resta consapevole e si connette ad altri, può sfruttare la sua identità di consumatore per dare più forza alle sue scelte di cittadinanza attiva e costruzione di nuovi modelli economia. 

-    risparmio. La finanza è uno dei problemi principali. Ma con la collaborazione dei consumatori (cioè dei cittadini risparmiatori) è possibile trasformarla. Prestando attenzione al denaro: provenienza (legalità), destinazione (valutazione di impatto), gestione (trasparenza, simmetria informativa). Disincentivando la pura speculazione (TTF) premiando gli investimenti green e social.  Se la finanza è uno strumento, serve che smetta di essere un fine e torni ad essere coerente ed utile all’obiettivo reale: promuovere il buon vivere (bem viver) di tutti.
Temi affrontati lo scorso 15 dicembre a Tor Vergata, nel corso di un convegno che ha rappresentato il momento di sintesi di 5 anni di lavoro di Next, rete di mobilitazione della società civile sul cambio di paradigma economico. 
L’innovazione sarà indispensabile anche in campo sociale. Ma non è una lampadina che si accende all’improvviso. L’innovazione è frutto di un processo di trasformazione, che parte da persone e idee, si nutre di scambio e reciproca contaminazione e può essere accelerata e moltiplicata con strumenti normativi, organizzativi, economici e comunicativi.  
Che poi, se l’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro, tutto questo ha anche ricadute positive sulla nostra capacità di essere popolo, sulla convivenza e coesione sociale. E sul ruolo di rappresentanza, intermediazione, anticipazione e sperimentazione dei soggetti della società civile e del terzo settore. 


Post pubblicato su www.acli.it  


venerdì 16 dicembre 2016

L'apparecchio.



“Certe volte mi pare di correggere in lui difetti miei”.
Ha detto la mamma di E. l’altro giorno.
Ed è un po’ così.
Essere genitori non è solo mettersi in dialogo con un altro, è anche rimettersi in dialogo con sé stessi.
E fare la fatica di cercare di restare vigili, per non fare sovrapposizioni tra noi e loro.
I nonni da piccoli si tenevano mal di denti e denti storti. Il primo era un problema, ma ci si conviveva o si toglieva (“via il dente, via il dolore”). Il secondo non era nemmeno un problema, era una fatalità, come nascere biondi o con gli occhi azzurri.
Noi alle elementari fummo tutti spediti dall’odontotecnico della mutua.
Il mio era pure simpatico. Mi interrogava sui 7 re di Roma. Però mi regalò anni di tira e molla e contrattazioni infinite con mia madre.
E quella specie di ragnetto rosa nella scatolina azzurrino tenue non riuscì ad addrizzarmi i denti. O meglio, ci riuscì, ma poi si ristortarono.
E anni dopo, da “quasi grande”, ritentammo, senza troppa convinzione e senza risultati.
La storiografia famigliare narra di una mia firma su un documento che solleva mia madre da ogni responsabilità futura di fronte alla mia scelta irremovibile di mollare l’impresa.
Mio fratello, qualche anno dopo, la prima settimana fu praticamente a dieta. Oggi ha i denti dritti e non si saprà mai se il merito fu dell’apparecchio, che era fisso, o del carattere, che era morbido.

Fatto sta che oggi il tema torna di attualità.
E avere una esperienza non positiva da figlia non mi aiuta a fare bene la madre.
Non ho un problema con i miei denti storti. Ormai quella sono io.
Ho un problema con gli investimenti (tempo, energia, risorse) che non portano frutto.
L’apparecchio è forse stato il primo. Sono passati trent’anni e passa anni e ancora non sono riuscita a dargli un senso…

P. ha 8 anni e mezzo, sabato ha messo l’apparecchio. Sopra e sotto, fisso e mobile.
“È un paziente ideale”
ha detto l’odontotecnico.
Ed è vero. In questioni sanitarie è ragionevole e collaborativo.
“Fin troppo” è venuto da pensare a me.
“È incosciente! Non sa che gli faranno male le gengive, e sarà tutto indolenzito…Non sa che durerà una vita…Non sa che potrebbe essere tutto inutile!”.
Venerdì mi sono trattenuta dal dirgli:
“Fatti l’ultima mangiata in pace, che poi quando ti ricapita!”.
Ma mi sono lasciata scappare un:
“Non lo so se sabato pomeriggio avrai voglia di andare alla festa di G. subito dopo aver messo l’apparecchio”.

Ma lui non è incosciente. Lui non è me. Io sono in difficoltà a pensare di dover convivere (di nuovo) con l’apparecchio per anni, non lui.
Lui è andato alla festa, si è rapportato senza problemi con gli altri, con il gioco e con il cibo. Evitando da solo patatine e panini imbottiti, facendo fuori con soddisfazione due fette di torta alla panna, mangiando con attenzione e lentezza due singoli pop corn, che lo attiravano troppo da pensare di rinunciare.

“Pensi che se parlo un po’ male poi scrivo anche un po’ male?” 
È stato l’unico dubbio espresso.
“Tra un anno, quando lo tolgo, quel giorno stesso mi mangio una busta di pop corn intera”.
È stata la massima aspirazione.

A volte essere genitori non vuol dire fare grandi interventi pedagogici.
A volte serve riconoscere che siamo noi quelli in difficoltà e che sono loro che educano noi.
L’obiettivo diventa lasciarli fare e non essere troppo di ostacolo.
E se riusciamo, provare a crescere insieme.

E oggi, in vista della scuola, l’unica cosa che ha chiesto è di scrivere un avviso sul diario per le maestre. Che sappiano che c’è di mezzo questa novità, lo lascino andare in bagno se gli serve, non lo pressino per mangiare cose che non riesce.  Ma possono interrogarlo e chiedere i compiti, ovviamente, ha voluto specificare.

Poi magari finirà che più avanti perde il pezzo di sotto (come perde in continuazione penne, colori, gomme, persino libri…). Speriamo di no (che costa) ma su quello posso almeno fare un po’ di sano terrorismo preventivo, articolare sistemi di premi e punizioni…insomma, fare la mamma in santa pace!

post pubblicato su www.faccioquellocheposso.org