domenica 3 settembre 2017

La steppa urbana


Al funerale Silvia accoglieva con un sorriso: “Ce l’hai già?”.
E ti metteva in mano “La steppa urbana”.

Mentre tutti pensavamo al fatto che ci sentivamo un po’ orfani, lei silenziosamente ci diceva che lui quel sentimento l’aveva già provato, nel suo senso innaturale e contrario, per una figlia.
E ci aveva già sofferto, e pensato e pregato e scritto sopra. Non da solo, con lei. 

La scrittura, non come desiderio o vanità, ma come necessità e libertà.
Scrivere per comprendere. Fissare perché qualcun altro possa prenderne.
Paternità, anche questa, in fondo.

Chissà se si sentiva “orfano al contrario” solo di Sara.
O anche della democrazia e di altro. Mi è capitato di pensare.

“E’ tempo di tornare nelle catacombe”. Ci ha detto un giorno. Insieme a mille altre cose.
Ed io l’ho pure incalzato: “Non si può mica scappare”.

C’era tanto in quella risposta.
La (forzata) crescente confidenza con la morte. 
La sua umanità (che anche i padri sono esseri umani).
L’accettare di non poter sempre comprendere subito.
Scavare. Approfondire. Sostare.
“La virtù dell’impazienza” non l’ha scritta lui. Non sarà un caso.

Giovanni Bianchi era una grande oratore.
Ma non raccontava la storia. Evocava i miti. Ed in parte li creava.
Non sta nella relazione tra verità e falsità la differenza.
Ma nella capacità di riconoscere e indicare la sacralità delle cose.

Che il sacro non si vede da come un uomo parla di Dio.
Ma da come parla dell’umano.
Rabbia, dolore, vita e politica comprese.

(Il libretto è leggibile anche online, in pdf - con licenza creative commons, non commerciale, condividi allo stesso modo - da qui). 








giovedì 31 agosto 2017

Circuiti economici solidali



Non saprei se definirlo “un libro teorico” o “un libro concreto”. Direi che non è un libro facile, ma che è un interessante tentativo di recuperare e rielaborare una prospettiva, a partire da esperienze e prassi vissute e sperimentate. 

E’ un libro di matrice latino-americana, anche se parla a tutti. Quindi ci obbliga ad un certo decentramento culturale. Questo dovrebbe suonarci familiare, perchè in fondo è la stessa operazione che dovremmo fare per comprendere e contestualizzare molti dei riferimenti di Papa Francesco. La comprensione è anche relazione, anche mediazione ed è molto più che traduzione.

“Il presente ci ha messo in mano una quantità di scarti mai visti prima. Abbiamo resti di tutte le civiltà. Resti materiali ma anche resti culturali. Oggi è l’epoca di chi sa riconoscere questi materiali di costruzione e sa rimettere in forma pezzi abbandonati per strada e considerati senza valore”  diceva Michelina Borsari in un recente corso di formazione di Animazione Sociale. L’operazione di Euclides mi sembra un po’ anche questo. Recuperare gli scarti (da Marx a Freire) e provare a costruirci qualcosa. 

Dal mio specifico, nell’elaborazione complessiva (che per certi aspetti non sono in grado di valutare) evidenzio 3 questioni: l’analisi dei flussi, la creazione di segni di valore non monetari ed il bem viver. 

Come si legge la realtà? Come la si conosce? Anche scegliendo la teoria delle reti e partendo dal bisogno di costruire una mappa, ci sono due modi di affrontare il lavoro. Uno identifica gli attori e poi osserva le relazioni che ci sono tra loro. L’altro identifica prima i flussi (di conoscenza, di bisogni, di prodotti, di valori, di poteri…) e poi cerca di comprendere come il mutare di questi flussi abbia favorito l’emergere o lo scomparire di certi attori.  Può sembrare una differenza solo metodologica, in realtà è una questione essenziale che ha conseguenze sul piano della profondità della lettura (la storia al posto dell’attualità) e di uno sguardo con prospettiva trasformatrice. (nota a margine: se l'altra lettura estiva guardava solo all'interno della singola organizzazione, qui c'è il naturale bilanciamento).

Il mercato capitalista si fonda sulla scarsità di denaro. Il denaro deve essere scarso per essere riserva di valore. Poiché è accumulato da una parte della società, altre che non ne hanno, lo ricevono vendendo qualcosa - il proprio lavoro, ad esempio - o facendo debiti, fino al limite di garanzia dato dalle loro proprietà. Ma questo ci lascia in un sistema bloccato, in cui aumentano le diseguaglianze e queste disuguaglianze, migrazioni o no, sono ciò che mina profondamente la nostra tenuta democratica. Una soluzione che propone Euclides è l’emissione e gestione di segni di valore da parte della comunità. Monete sociali o altro che sia. In un processo di transizione dell’economia capitalistica verso una economia post-capitalistica c’è necessità di usare in contemporanea due segni di valore: i segni di valore che esige il mercato, perchè per liberare le forze produttive c’è bisogno di macchine, strumenti e quanto altro. E altri segni di valore, che permettano di non bloccare gli scambi economici degli esclusi a causa della scarsità di denaro e che permettano di rafforzare i circuiti economici solidali. Euclides analizza (anche da un punto di vista molto tecnico) diverse esperienze in questo senso. E sottolinea il ruolo dell'eccedenza che va a confluire in un fondo gestito democraticamente dalla comunità. 
Il linguaggio è caratterizzato e può sembrare lontano. Ma segni di valore non monetari già esistono e sono pienamente diffusi anche da noi. Dalle fidelity card allo sconto in caso di selfie col prodotto. Il punto non è la sostituzione di uno strumento con un altro. Il punto è il cambio di logica. Segni di valore non monetari, non per aprire nuovi mercati o per fidelizzare, ma per aprire nuove possibilità e trasformare. 

Ogni liberazione presuppone una liberazione da e una liberazione per. La liberazione per ha necessità di un respiro etico ed Euclides lo rintraccia nella realizzazione del bem viver, come sintesi e storicizzazione delle due declinazioni dell’etica: la difesa della vita e la difesa del bene. Il bem viver è un concetto un po’ più ampio di quello di benessere. Così come il vivere è più ampio dell'essere. “Il bemviver consiste nell’esercizio umano di disporre dei mezzi materiali, politici, educativi ed informativi non solo per soddisfare eticamente le necessità biologiche e culturali di ciascuno ma anche per garantire eticamente la realizzazione di tutto quanto possa essere concepito e desiderato per la libertà personale, senza negare la libertà pubblica”.  Questo non è un concetto che ci serve per costruire un indicatore. E’ una prospettiva che ci è utile per coniugare umanità e cittadinanza, libertà e partecipazione. 

Nel libro c’è molto altro. Tra cui anche la riflessione sui modelli e flussi di consumo, sull'impossibilità di pensare all’essere umano come se fosse economicamente attivo solo nel lavorare. E sulla connessione tra flussi di consumo e capacità di risposta per far emergere lo spazio per iniziative solidali che oggi non esistono. 

Non è un libro di ricette magiche. Non è la descrizione di un modello. Ma è, come scrive Roberto Mancini nella prefazione, l'apertura di una strada lungo la quale possono convergere teorie ed esperienze di altra economia maturate in questi decenni. Un libro che va letto nello spirito di quella fiducia trasformativa che porta ad agire con fecondità insieme agli altri, lasciandosi alle spalle la rassegnazione e il settarismo. 

Circuiti Economici Solidali
Economia solidale di liberazione.
di Euclides Andrè Mance 

Edizione italiana a cura di Soana Tortora e Franco Passuello. 

Prefazione di Roberto Mancini
Presentazione di Franco Passuello.



Edito Solidarius Italia con Pioda Imaging Edizioni.

sabato 5 agosto 2017

Il lavoro invisibile.


Se tutto fosse andato come avevamo progettato, oggi esisterebbe tutt’altro.

E’ il racconto di una esperienza. Quella di 20 anni di alti e bassi di una cooperativa del bresciano, che ha avviato un progetto di sviluppo economico locale finalizzato all’inserimento lavorativo di pazienti psichiatrici.  Ed è un regalo. Da parte di un’operatrice, in un momento di formazione comune. Ho iniziato a leggere per curiosità e gratitudine. Ci ho trovato consonanza con alcune piste di ricerca aperte. E per questo lo condivido.

Un’impresa sociale cooperativa può resistere alla sfida del mercato, rispettando la soggettività propria e di ciascuno, paganti e pagati? Un servizio qualsiasi può rispondere ai criteri della qualità e della sostenibilità senza diventare anonimo?  Il libro, attraverso la riflessività sull’esperienza, ed il recupero di alcune categorie, con lo stile di uno psichiatra di comunità, elabora un contributo originale.

Il lavoro è essenza dell’uomo. Realizza l’uomo come appartenente ad una specie (quella umana) che si costruisce una storia (ossia, il lavoro aiuta l’uomo ad essere pienamente se stesso, ad uscire dall’individuale per diventare collettivo, classe o popolo, in una progettualità comune).

Ma non tutti i lavori sono così, non tutti i lavori che nascono così, lo restano per sempre.  Ed il lavoro sociale (per forma cooperativa o per ambito di intervento) non è di per sé immune dalle derive di lavoro alienato ed alienante.

Il lavoro quotidiano di ciascuno è una mediazione tra lavoro legato allo scopo (produttivo) e lavoro determinato dalla volontà (non finalizzato). Tanto più nel quotidiano si riesce a trovare un punto di contatto tra questi due processi, tanto più si liberano energie che permettono il perseguire, contestualmente, di processi individuali e collettivi. Ma cosa influenza oggi questa capacità?

Una dimensione creativa è data dal partecipare ad una avventura collettiva. Con il crescere dell’impresa l’obiettivo complessivo, dato una volta per tutte, non è più sufficiente. Non si tratta semplicemente di mantenere un dialogo tra vertice e base, né di un puro dovere di informazione. Non è nemmeno favorire la partecipazione. Serve un continuo ricontestualizzare l’azione del singolo (parziale e contingente per definizione) per permettergli di riappropriarsi degli elementi necessari per orientarsi e quindi per svolgere con competenza il proprio ruolo. 

La polivalenza, come l’ibridazione, è una ambiguità ed una approssimazione. Si è più cose. Non si è niente del tutto. Semplificare l’ambiguità mette ordine, ma lascia sconnessi e mina l’appartenenza. La polivalenza è la capacità di avere più berretti e la capacità di cambiare berretto a seconda della situazione, nonché la capacità di non prendersi troppo sul serio, tanto almeno da mantenere la capacità di prendere la distanze da sé e costruire relazioni con gli altri colleghi. Solo, in una contraddizione diventata personale ed insostenibile, il lavoratore cercherà di semplificare in proprio, magari adeguandosi solo alle norme. Ma, si sa, nulla  blocca il processo produttivo quanto il seguire fedelmente le regole prestabilite.  

Hai preso un’idea, hai tolto tutto ciò che ne costituiva la forza, e vuoi far credere che sia qualcosa di nuovo. La trasparenza in fondo è la pretesa di rendere visibile tutto. Eppure l’essenziale è spesso invisibile agli occhi. Non riconoscere i diversi tipi di valore (valore d’uso, di scambio, riturale, terapeutico, affettivo, simbolico….) può portare a sbagliare completamente le valutazioni di sostenibilità. Ma cercare di contabilizzare tutte le forme di valore può svuotare le pratiche dal significato e quindi anche dal valore stesso. 

Alla base di certi luoghi di lavoro c’è una scelta di uguaglianza e di democrazia. Siamo tutti soci, siamo tutti proprietari. E attraverso il metodo democratico, scegliamo chi può, pro tempore, governare l’impresa. Ma con il tempo la cooperativa cresce, il fatturato aumenta, il numero dei soci resta uguale o decresce. Perché accade? Perché i lavoratori non hanno interesse a diventare soci, anzi, sembra abbiano interesse a non diventarlo? I lavoratori vedono l’assemblea dei soci e gli spazi democratici sempre più accessori e svuotati dal potere. Le decisioni, sempre più complesse, sono prese da un CdA fatto da tecnici ed esperti. La polivalenza (lavoratore, socio, dirigente) diventa una contraddizione inutile ed una solitudine difficile da sostenere. Meglio semplificare ed essere solo lavoratore, per poter almeno trattare il CdA come controparte datoriale. Ma il CdA e persino gli organi direttivi, non sono realmente “i padroni”  e rifiutano questa semplificazione. La proprietà diventa un concetto ed un soggetto del tutto evanescente.  E con essa la funzione essenziale di indirizzo e vigilanza. 

ll dibattito finisce  sempre per essere tra arcaisti e innovatori. Dove gli arcaisti vorrebbero convincere gli innovatori con le ragioni del sentimento o dei valori, mentre questi ultimi sono convinti con ragioni che ritengono scientifiche. Tutti insieme, in un dialogo tra sordi, si chiedono come fare per sbarcare il lunario.

La vera libertà non è capire chi ha più ragione nel trovare le risposte. Il potere decisionale realmente innovativo è quello che predispone le condizioni per costruire i problemi stessi, implicando la possibilità di far svanire i falsi problemi e far emergere i problemi veri.

Il vero cambiamento è sempre culturale. E parte dal linguaggio. La degradazione delle parole ha determinato una degradazione delle nozioni che essa sottende. Lo stesso termine cultura oggi non evoca più la cosa in sé né le nostre radici culturali. Ricostruire assieme significati condivisi e modi per esprimerli. Partendo non da un superficiale moralismo più o meno manicheo. Ma da un serio interrogarsi etico.

“Non ci sentiamo riconosciuti nel nostro lavoro” è la lamentela più consueta. Non è l’assenza di riconoscimento sociale (di per sé scarso, in questa epoca) né di quello gerarchico (storicamente sempre scarso) a pesare maggiormente. La frustrazione è il principio di esclusione. E’ il giudizio che viene dai pari, dai colleghi, da coloro che più o meno condividono le stesse difficoltà, che sono i soli in grado di cogliere e di apprezzare realmente il lavoro che svolgiamo che ci pesa. I nostri pari non ci riconoscono. E noi non li riconosciamo. L’assenza di questo riconoscimento reciproco è la vera frustrazione negata. Quella di cui nemmeno parliamo. E la riscoperta del fatto che abbiamo bisogno di un noi, è una delle sfide che abbiamo di fronte, anche nella trasformazione del lavoro.

E’ un’esperienza, non un manuale. E come tale va letta. Ma credo sia interessante. Anche se il limite maggiore è forse dato dal non alzare mai lo sguardo dal singolo e dall’influenza del sistema sulla singola organizzazione. Mentre forse la costruzione di reti è parte del processo da avviare.

domenica 16 luglio 2017

Metodo e processi per lavorare nel sociale - Animazione Sociale e CSV Bergamo



Lunedì 10 luglio 

UN METODO CHE RICERCA NELLA REALTÀ IL SENSO DELLA POSSIBILITÀ


Introduzione - Francesco D'Angella (vicedirettore Animazione Sociale)

La questione del metodo nel lavoro e nell’impegno sociale Antonio Porretta (direttore CSV Bergamo) 
Aver cura del mondo, reimmaginare il futuro Elena Pulcini (filosofa Università di Firenze)
Il circolo virtuoso della conoscenza-azione Franco Floris (direttore Animazione Sociale) 
Dallo scompiglio del mondo al ripartire Anilda Ibrahimi (scrittrice e giornalista)

Ricomposizione - Francesco D'Angella 

Martedì 11 luglio 

APRIRE PROSPETTIVE PERSPICACI DI AZIONE NELLA REALTÀ

Questo caso non è di mia competenza Claudia Marabini (psicosociologa Studio APS)
La nostra organizzazione è stanca Michele Marmo (formatore, presidente AssociAnimazione)
Questi ragazzi fanno solo quello che gli piace: Andrea Marchesi (consulente pedagogista e formatore)
Agire è sempre interagire Sergio Manghi (sociologo Università di Parma) 


Mercoledì 12 luglio 

APPRENDERE DALLE AZIONI PER FARNE ESPERIENZA

La realtà ci parla, impariamo ad ascoltarla Franca Olivetti Manoukian (psicosociologa Studio APS
Di chi è il malessere di questi giovani che si fanno del male? Ennio Ripamonti  (formatore consulente Metodi)  
Sono i problemi a dirci che non basta il sapere professionale Valter Tarchini (formatore consulente) 
Non è successo niente di eclatante  Barbara Di Tommaso (formatrice consulente) 

Ricomposizione - Franca Manoukian 

Ricomposizione Francesco D'Angella  

Giovedì 13 luglio 

INTRAPRENDERE E ORGANIZZARE IN SITUAZIONE

Disporsi all'ascolto dei luoghi - Michelina Borsari (coordinatrice Festival filosofia Modena Carpi Sassuolo)
Bene, adesso mettete via tutto Ivana Paganotto (insegnante scuola secondaria di primo grado)
Piazza, comunità, connessioni.  Simone Lucido (ricercatore Next-Nuove energie)
Come intraprendere in contesti chiusiClaudia Ponti (coordinatrice Csv Bergamo) 

Venerdì 14 luglio 

IL SENTIRE ETICO COME SGUARDO CONOSCITIVO
Il coraggio di pensare Francesca Rigotti (filosofa Università di Lugano)
Il senso etico del limite per sentirsi parte del mondo Telmo Pievani (epistemologo Università di Padova)
L’esercizio della responsabilità nella costruzione dei beni comuni Laura Boella (filosofa Università di Milano)

La Summer School di Animazione Sociale. 

Nota: 
Quelli che seguono sono miei appunti, presi in diretta e poi sistemati e non rivisti dai relatori. 
In ogni caso, fossero anche precisi al millesimo (e non lo sono) diverso è leggere un intervento, diverso è vivere un'esperienza formativa, in un luogo, con altri. 
Li condivido perchè contengono molti spunti interessanti. Perchè intrecciano molte esperienze che conosco e molte riflessioni che so in corso. E perchè penso che leggerli possa far venire voglia di cercare gli autori, approfondire o vivere momenti simili. Possa far venire voglia di momenti di riflessività, non da soli. 

(i titoli dei post sono frasi mie estrapolate e non corrispondono ai titoli ufficiali degli interventi. Non ci sono appunti di Andrea Marchesi che mi è saltato il file). 

24. Stare eretti - Laura Boella

Abbiamo ancora addosso l’ombra delle grandi catastrofi storico-politiche. Del totalitarismo. 
Siamo anche in un'epoca in cui dobbiamo restituire dignità alla capacità di agire, proprio perché è diffusa  la sensazione di impotenza. 

Dobbiamo re-imparare a mettere in rapporto gli avvenimenti storici politici, il progresso, la conoscenza e la vita vissuta. E’ un problema di interazione tra tutte le nostre capacità sia cognitive che emotive. 

Il tema della responsabilità è uno di temi più fecondi nella riflessione etica contemporanea. L’esito di questa riflessione ha avuto contributi importanti. Oggi noi sappiamo di essere tutti titolari di una responsabilità originaria, precedente a qualsiasi decisione o scelta. Una responsabilità che deriva dall’incontro con l’altro, dall’impossibilità di non rispondere al suo appello. Levinas. 

Siamo anche stati messi di fronte alla unicità e insostituibilità dell’io che deve farsene carico. Anche se noi, invece di sentirci soggetti autonomi, ci riconosciamo soggetti in relazione, legati agli altri, direttamente interpellati dagli altri. Ci riconosciamo immersi in un campo di forze sottratte al nostro controllo diretto. Forze determinate anche dalle dimensioni etniche e culturali.
Nella nostra identità entrano molti elementi che hanno anche poco a vedere con le nostre scelte. 

Tutto questo potrebbe espropriarci da qualsiasi intervento sulla realtà. 

Parlare di responsabilità ci conduce al fatto che noi ci siamo, che siamo fatti di processi sottratti al nostro controllo, di appartenenze non scelte e non volute, ma in ogni caso rispondiamo. Quindi ci facciamo carico della fragilità di esseri altri che hanno bisogno di cura, ci facciamo carico della sopravvivenza del mondo e dell’aria. E’ noto che questo tipo di responsabilità è praticamente illimitata, siamo responsabili di popolazioni e persone il cui volto non vedremo mai. Questo tipo di responsabilità può essere un carico molto pesante e sfuggente. Questo può provocare fatalismo  e senso di impotenza. Ricoeur dice che la proliferazione degli usi del termine responsabilità è tale da renderlo un fardello. Hanna Arendt scrive che quando tutti sono responsabili nessuno più è responsabile.

Noi abbiamo la responsabilità di capire come essere presenti al proprio tempo. 

Una fetta di pensiero del 900 è fatta di pensatori eretici. Il modello di una responsabilità che propongono è legato alla presenza al proprio tempo, potrebbe essere chiamato coraggio di esserci. Non l’eroe in battaglia che sconfigge il nemico. Ma la maestra di scuola.  
La responsabilità come presenza al proprio tempo propone un rapporto completamente diverso tra gli accadimenti storici e politici e la scienza e la vita vissuta. Noi oggi sappiamo che la globalizzazione ci passa sulla testa, la finanza mondiale vive negli uffici di non so dove, tutto scorre e fluisce in rete, il singolo dove sta? Come facciamo esperienza di tutto questo? La presenza al proprio tempo è un modello alternativo di esserci. 

Posture e movimenti corporei incarnati in un singolo che non nega la sua appartenenza

Mettersi al centro della contraddizione che oggi esiste, tra comportamenti individuali e processi macro e processi psichici. 




Immagine dell'avvocato che abbraccia l’attivista del partito della alleanza socialista popolare, ferita a morte da un proiettile di gomma sparato da poliziottoo in protesta pacifica. Al Cairo. La marcia dei fiori. Lei è in piedi, sanguinante. L’uomo che la abbraccia è in ginocchio,  sta cercando di portarla in salvo. il poliziotto è a pochi metri. Il resoconto ufficiale dice che ha sparato accidentalmente.  

E' una scena moderna di compassione. Recentissima variazione del tema del buon samaritano. Nell’iconografia il buon samaritano si china sul corpo steso, ferito dai predoni. Qui si piega in ginocchio per tenere in piedi diritta la vittima. Lei è ferita gravemente, sanguina, ma sta in piedi. Sostenuta da lui, in ginocchio. Cosa avviene in questo abbraccio? Va oltre il nesso attività di soccorso, passività, sofferenza. 

Significa che la storia di lui e la storia di lei non vengono contratte nel punto in cui vita e morte, patimento e compassione si incontrano. Ma la loro storia ci viene suggerita, con un significato più ampio. 
Nel loro abbraccio si legano due vite, due forze. Non solo la condotta individuale di aiuo. La lotta, la commemorazione, il rischio assunto in prima persona. 

Lei non aveva voluto scappare. Aveva solo paura per il figlio di 6 anni. Chi chiese aiuto alla polizia fu arrestato. Non ci parla solo d aiuto ma di toccarsi con la violenza di un giovane poliziotto, preterintenzionale. E’ la foto di una contraddizione. L’individuoo in relazione, che risponde all’altro, secondo il modello della compassione. Immersi in potere, guerra, politica che negano il prendersi cura dell’altro. 

Gazi park - 2013. Il regime voleva distruggere un parco per fare un centro commerciale.


Non è una scena di compassione. E’ un ritratto, che trovo per nulla convenzionale, di uno dei canoni dell'etica classica: la rettitudine. Incedere nella postura eretta. E' caratteristica della specie umana. C’è chi ha attaccato violentemente la fonte dell’etica della rettitudine, io sono in disaccordo. La rettitudine dal punto di vista etico vuol dire stare dritti, stare eretti. E' vero che la rettitudine dipende da se questo stare diritti è solo un precetto autoritario, perbenista, o se è qualcosa di diverso. Ma l'ampiezza dello stare eretti non è limitata. C’è una lingua, il ceco, che al verbo stare eretti aggiunge anche il senso di prendere le parti e di stare accanto.  

Questa ragazza sta in piedi, ferma, sotto l’idrante. Le storie raccontano che va in un bar, si asciuga, torna fuori e si ribecca l’idrante che la bagna completamente. Lei è stata ferma. non è scappata. E’ normale scappare di fronte all’idrante. Ma la ragazza con il vestito rosso resta in piedi, sotto il getto dell’idrante. La postura eretta è fondamentale per l’essere umano. Manifesta tutto il suo carattere liberatrio. Non è solo un gesto solo eroico individualistico. Io non leggo esibizionismo in questo stare ferma diritta. E’ quello che un grande filosofo che ebbe esperienze politiche importanti, nel momento in cui dalla DDR si trasferisce in repubblica federale, scrive un libro dedicato alla postura dell’incedere eretti. Che è difesa dei diritti soggettivi, libertà di pensiero, di espressione, di movimento. 
La postura dello stare in piedi ed incedere eretti è emblema del non voler essere trattati come cani. 

Stare fermo e diritto. L’istinto di fuga è umano. Stare fermi vuol dire anche non agitarsi. Oggi siamo in abitudine di toglierci immediatamente dalle situazioni imbarazzanti e difficili. Invece sto fermo. non cedo alla paura, non sfuggo all'imbarazzo. 
C’è un incrocio tra propria singolarità e ciò che accade. Tra la propria storia e la Storia. 
La polizia, l’idrante, il vestito rosso e il fallimento della rivoluzione. 

Viviamo nelle contraddizioni. Queste non dovrebbero essere qualcosa che ci schiaccia, ma qualcosa che ci parla. 

Si potrebbe dire, quante immagini sono state virali come queste, ma poi sono state sostituite. 
In rete ci sono entusiasmi ed emozioni istantanee che poi svaniscono. 
Vero, ma questo non legittima la loro riduzione a mera realtà virtuale. Non tutto ciò che gira online è virtuale. 
Qui si tratta di documenti. che ci chiedono uno sforzo di attenzione. Se ciò che ispirano è solo compassione da lontano, lo sappiamo, la compassione remota è un'emozione che ha un picco. Ed una durata limitata. 
Sappiamo che è facile la compassione da lontano. Ma questi sono documenti. Ci dicono cosa sta accadendo. Sta a noi guardarli con questa attenzione. 

Nella realtà non è in questione l’antitesi altruismo-egoismo. C’è una esperienza in prima persna. C’è un esserci lì, in quel luogo preciso, in una piazza. ma può esser altro luogo. in presenza, con il corpo e con la mente. E in quel punto c'è un punto di incrocio, che è un punto di contatto con il potere, con la violenza, con la distruttività. E' in quel punto di incrocio che si può riscrivere l’agire. 

Siamo invitati a riscoprire l’eccezionalità e l’urgenza nella nostra normalità. La nostra normalità ci pone tutti i giorni di fronte situazioni impreviste. Non ci ammazzano, non ci mettono in prigione, non ci minacciano il lager. Ma sono quotidiane le situazioni in cui la sicurezza del nostro ruolo e del nostro sapere oscilla. E’ stato molto difficile integrare nella mia vita, ma soprattutto ponendomi il problema di comunicarlo ai miei nipoti, l’attentato a Manchester. Ad un bambino come si fa a comunicare in modo non disastroso e non terrificante ciò che è accaduto?  Una improvvisa crisi finanziaria. Un repentino mutamento della scena politica. Sono tutti avvenimenti che scuotono le nostre certezze. Queste minimi spostamenti, spesso imprevisti e imprevedibili rispetto al nostro ruolo e alle nostre professioni ed attività, creano l'eccezionalità e l'urgenza che io formulo; ci pongono nel centro di una contraddizione.  

Oguno di noi sta al centro di una contraddizione e di disparità tra forze impersonali e la propria limitata esperienza intellettuale ed esistenziale. In questa posizione uno può pensare di essere completamente schiacciato. Molti pensano di poter sopravvivere confinandosi entro il proprio orto, ben munito da forti barriere protettive. Barriere derivanti dal reddito, dal gruppo, dal ruolo e dalle complicità con chi detiene il potere. Ma c'è un'altra possibilità. La possibilità  di avere il coraggio di riconoscere di essere il bersaglio. Di ammettere che quelle forze non passano sopra la testa, ma dentro di noi. 

Parlare solo di finanza globale, organismi internazionali, sistema, è come dire di  non poterci farci nulla. ISono tutte modalità de-responsabilizzanti. Noi dobbiamo ammettere che queste forze sono puntate, come il fucile preterintenzionalele, come l’idrante, contro di noi. Fanno parte a pieno titolo della nostra esperienza vissuta. Determinano i movimenti del nostro corpo. Se scappare, se chiuderci in casa, se evitare rischi e pericoli o se andre in piazza. 

Prendere parola, parlare in una assemblea, in un organo, in un consiglio di facoltà, in uno staff. Fare ciò che si pensa giusto anche se si è minoranza della minoranza. Stare eretti in situazione. 

Siamo abituati a pensare come se il web fosse un mondo altro. Come se il bullismo nel web non avesse connessioni nel mondo reale. Il web non è un mondo altro. Il mio insulto sul web è come l'insulto per strada. Non ha un altro statuto, un'altra consistenza. 
Il web è annodato nella nostra vita quotidiana. Non è altrove. Chi ha il coraggio di ammettere questo ha il coraggio di riconoscere la possibilità di esserci. Esserci è esercitare, con la sola propria esistenza. con la sola presenza corporea, con la sola postura, una forza di contrasto. Una forza che non lascia vuoto. Una forza che riempie il divario tra il singolo e il mondo. Siamo tutti preoccupati e inquietati per questo vuoto tra le nostre vite e il mondo. Esserci è un modo per non lasciare il vuoto. 

La responsabilità è drammatica perchè implica un rovesciamento della passività naturale. Un rovesciamento di tutti quegli elementi non governabili, non scelti, non voluti. Che vanno dal neurobiologico alle appartenenze etniche e culturali. La presenza al proprio tempo implica il viversi non come un elemento della massa degli utenti dei social network. Non come uno della migliaia di acquirenti. Neppure come pura vittima della burocrazia europea. Esserci vuol dire viversi come colui o colei le cui emozioni sono attraversate da questi processi. Restando in piedi. 

Restare eretti è già, di per sé, una libertà incarnata. Già un modo di stare al mondo. 
Una libertà incarnata in un soggetto che sa di essere al centro della contraddizione. 
Che ammette di essere esposto all’urto con qualcosa che potrebbe schiacciarlo. 
Un soggetto che non si farà irretire dalla promessa di condivisione e di comunità di destino che i media propongono legandola all'idea della partecipazione alle emozioni collettive.

Restare eretti è comunque interrompere le sequenze causali.
La scelta è sempre del singolo.
Non sottrarsi cambia le regole. Anche per gli altri.
Permette di passare da spettatore a protagonista.

Per restare eretti oggi è essenziale credere un po' meno alla infinità e alla immaterialità della rete.
I flussi della rete devono materializzarsi da qualche parte.
La rete non è il puro flusso di qualcosa di inafferrabile.
La rete passa da luoghi ed oggetti fisici. Ed ha ricadute reali.