venerdì 5 maggio 2017

La fuga



La fuga, nella teoria, è l'infrazione alla regola. La devianza. 

Nell'intimo il fuggitivo è quello che perdi. L'occasione mancata. Rimpianto o rimorso. Con un filo di sottofondo di sollievo di cui vergognarsi.

Ma c'è fuga e fuga, in realtà. 

C'è la fuga di ricerca. La fuga di paura. La fuga di confusione. La fuga di conflitto. La fuga d'amore. La fuga di inefficienza e la fuga con una direzione. 

E tra una e l'altra c'è molta differenza. 

Al momento non mi vengono in mente fughe per resa o di sola attesa. Ed è già qualcosa che pone la fuga molto più in alto di tante altre scelte.

Per lo più, però, fuggire mi pare il tentare di estrarre un altro numero a sorte. Più precisamente, tentare di estrarre un'altra sorte.

A volte funziona. Va detto.
A volte no. E perdi tutto.
Gioco d'azzardo.

Può essere pericolosa. Si dimentica spesso che si può sempre pescare qualcosa di peggio del presente.

O forse no. Forse già lo sanno.
Obbligata o no, anche la partenza originaria è stata questo. Una fuga. Una scommessa. Un azzardo. Più che un progetto, un salto nel vuoto.

Ma...ecco l'indicibile: A quanti di loro questo salto  ha peggiorato l'esistenza?

È una domanda che non possono porsi, loro. Perché il passo indietro non è contemplato, mai.

È una domanda che non possiamo porci, noi. Perché nel metro di paragone è contenuta l'assoluzione della nostra inefficienza.

Si può solo guardare avanti. 

E pensando a loro, l'unico pensiero che ti resta, mai così adatto al caso, è "Buona fortuna!".

Poi il letto resta vuoto per poco.
Non c'è tempo per metabolizzare, per sedimentare. Figuriamoci per verificare o esplorare.

Anche per noi, è già estrazione di nuova sorte che ci viene affidata...
Nuova opportunità di non sentirsi inutili o impotenti...

(I dati sui minori stranieri non accompagnati che spariscono contengono molte storie diverse. Non possono essere letti unidimensionalmente. Ed in parte contengono anche la nostra incapacità di ricostruire le linee degli spazi tratteggiati). 


lunedì 1 maggio 2017

Il primo maggio di quest'anno...


- Non va bene, non è lavoro vero!  -  E' lavoro! Faccio fatica, porto a casa dei soldi. Cos'è il lavoro se non questo per te?
- Non puoi andare, devi lasciarlo, è lavoro nero! - Che vuol dire nero? E' l'unico lavoro che c'è per me.  
Tu hai un lavoro da darmi? No? Allora non mi servi a niente! E se non hai capito questo, non hai capito niente di perché sono qui!

Il lavoro è l'oggetto di speranza principale per i ragazzi che arrivano da altrove. Più della casa, della famiglia, dei diritti, della comunità, della sicurezza, della felicità. Il lavoro è il motore del loro movimento.

Il lavoro è anche l'oggetto di conflitto principale con la comunità in cui dovrebbero integrarsi. Si disprezza la scuola perché non se ne vede l'utilità immediata per il lavoro. Si sfuggono regole ed orari per consegnare verdura al mercato, per scaricare bancali, per lavare o distruggere macchine. Per lavorare. 

E’ solo per i soldi, dice qualcuno. 
E’ per non sentirsi dei falliti, dice qualcun altro. 

Fatica. Realizzazione.
Remunerazione. Identità. 

Ma, cosa può impedire che l'autolavaggio sia il primo gradino della scala verso lo spaccio? 

Esiste un gruppo che parla la tua lingua, viene dal tuo paese e ti offre un lavoro. Un lavoro sfruttato, irregolare, senza diritti e a volte anche palesemente dannoso ed illegale. Ma è un lavoro. Ed è per te. Si può competere con quell'offerta? Possono farlo operatori sociali che vivono ai margini e fanno fatica a sbarcare il lunario e contro cui la società getta discredito e sfiducia? 

Possiamo farlo noi, come Paese, che poniamo ad obiettivo astratto l'integrazione, fissando regole che tengono solo (e nemmeno sempre) sul piano formale, spendendo soldi (nemmeno pochi) per offrire casa, accudimento, assistenza, scuola, formazione, ma non lavoro? Cioè l'unica cosa per cui sono venuti. Cioè l'unica cosa che permette integrazione? 

Si, ma sono loro che devono integrarsi nel nostro sistema. 
Ma l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. 
Lo dice la nostra Costituzione, non la loro, o no?

E poi finisce che loro si integrano, in casa nostra, ma non con noi. 

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Ci sono forme contrattuali, sempre più diffuse, in cui c'è una separazione del rapporto diretto tra impegno e remunerazione. Prima inizi, poi firmi il contratto. Prima ti impegni, poi comprendi quanto valore viene dato al tuo lavoro. Anzi no, non è la retribuzione ciò che dice il valore del lavoro, o si?

Ci sono forme contrattuali, sempre più frequenti, in cui non hai né datori di lavoro e né compagni di lavoro. E sparisce un po' anche l'identità stessa di lavoratore. Che il lavoratore è quella cosa lì. Quello che ha qualcuno contro cui manifestare. O di fronte cui sedersi al tavolo a negoziare. Lavoratore è chi ha qualcuno con cui  l'unione fa la forza. Un lavoratore autonomo, un commerciante, un professionista invece è da solo. E non è un vero lavoratore, o no?

Dici, il lavoro deve essere giusto, deve essere dignitoso. Ci vogliono i diritti. Ok, ma se il tuo datore di lavoro sei tu, a chi chiedi di rispettare i diritti? Orario di lavoro, sicurezza, malattia, ferie, stabilità, pensione... Al massimo (se sei bravo e fortunato) puoi avere un mercato favorevole e non in crisi. Puoi avere committenti che ti vengono incontro. Ma è concessione, o fortuna, o capacità, non diritto. Al massimo (se sei bravo e fortunato) puoi cercare di monetizzare l'assenza di diritti. Individualmente. Ma la monetizzazione (dell'assenza) dei diritti è l'inizio della fine, o no?

Ci stupiamo se ragazzi in voucher non danno il preavviso. Ci aspettiamo la stessa appartenenza e dedizione dal dipendente a tempo indeterminato e dalla partita iva, dal socio della cooperativa e dalla sostituzione di maternità. Ad entrambi chiediamo, nella stessa maniera, straordinari e flessibilità. Così come chiediamo al cassaintegrato di non guardarsi attorno.E non capiamo come colleghi con stipendi e stabilità abissalmente diverse non riescano a collaborare. Il lavoratore che porta una rivendicazione economica è sempre uno che "non ci crede", anche se la rivendicazione è solo al pagamento dello stipendio a fine mese. Non è cattiveria. Non è nemmeno una scelta volontaria. Spesso non è nemmeno consapevole. E' solo l'ennesima forma in cui usiamo schemi che non corrispondono più alla realtà. Perchè le forme sono cambiate, ma nella nostra testa il lavoratore è ancora quello di allora. 

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E poi... l'ho alzata anch'io la mano per approvare il piano di esuberi che procurerà che qualcuno vada a casa. Non è senso di colpa, non credo ci fosse alternativa, ma il cuore resta pesante e i pensieri restano aggrovigliati. 

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Mai come oggi ci si rende conto che le persone vivono stati di disagio, si ammalano, a causa della crisi che scarica i suoi effetti sui contesti locali. La sofferenza è sempre più urbana. Cioè nasce dalla precarietà dei contesti prima ancora che dalla fragilità dei singoli. “Sofferenza urbana” è un’espressione che svela l’intreccio tra crisi dei singoli e crisi della società. Un intreccio indissolubile anche se spesso invisibile”. 

Sarà per questo che sempre più spesso penso che il cambiamento passi dalla ricostruzione collettiva di una diversa normalità. Diversi luoghi e modi di vivere e di abitare. Diverse città. 




venerdì 28 aprile 2017

Neofascismo post moderno

Sempre il sociale è stato accusato di legittimarsi e mantenersi sulle disgrazie altrui. 
Sempre il sociale ha saputo di dover unire l'azione pratica in emergenza con l'analisi e la denuncia e con la proposta politica. Più recentemente ha capito di dover anche saper gestire bene e direttamente la comunicazione.
Per essere efficace. E per non essere involontariamente complice. 
Oggi c'è un sociale che a fronte dell'emergenza sta mettendo in pratica risposte concrete di emergenza:
- chi con le navi
- chi con i corridoi umanitari
- chi con l'accoglienza
- chi con corsi di italiano, visite mediche, pacchi etc...
E lo stesso sociale sta denunciando l'insostenibilità della situazione.
E sta formulando proposte politiche sia su grandi orizzonti che su piccole cose immediatamente possibili. 
Come tutelare quanto meno i minori.
Come escludere dal rischio di caduta in irregolarità almeno i nati, cresciuti, integrati in Italia.
Come superare la Bossi- Fini...
Il sociale sa che l'opinione pubblica conta. Per cambiare le leggi e ottenere i fondi. Ma sa anche che se c'è qualcosa da fare va fatto. Pure se non ci sono soldi strutturati, pure se non porta consenso immediato e di massa. Pure se il modo possibile di farlo non è perfetto. 
La politica sta facendo lo stesso o sta inseguendo, assecondando (e quindi nutrendo) le paure, la pancia, gli istinti, gli interessi personali o le tattiche di piccolo cabotaggio... ? 
Il sistema di comunicazione che contributo sta dando all'analisi e alla comprensione dei fenomeni? Come si fa giornalismo nel 2017? Commentando e rilanciando ciò che si trova sui social o in conferenze stampa? O facendo analisi autonome di dati? Andando ad osservare direttamente fenomeni. Costruendo reti di informazione internazionali? 
Sono sempre stata molto (auto)critica sul sociale. E sono davvero molto consapevole dei limiti che abbiamo e del fatto che c'è urgente bisogno di profonda trasformazione in noi. 
Ma oggi il problema non siamo noi. 
E attaccare chi prova a fare qualcosa ha l'obiettivo palese di isolare e scoraggiare chi fa e disincentivare nuove azioni e pensieri liberi.
L'unica risposta possibile è continuare a fare e pensare. Aumentando la connessione (anche trasversale ed internazionale) tra chi fa. E aumentando il livello di analisi, informazione, denuncia e proposta. 
Questo presente è un tempo di forme di neofascismo post moderno che facciamo ancora fatica a riconoscere.  

Lo scrivevo il 25 aprile. È tempo di resistenza.

giovedì 27 aprile 2017

La bolla e le ong

So che ognuno ha la sua bolla qui dentro. 
E quindi so che non è vero che tutti stanno pensando e scrivendo e condividendo riflessioni sulle ong in mezzo al mare. 
Però, anche nella mia piccola, parziale, soggettiva bolla, non c'era mai stato tutto questo movimento. 
Io non lo so se facendo il follow the money su tutte le navi non possa venir fuori qualche fonte di finanziamento non perfettamente illibata. 
Ma se vogliamo parlare di soldi, facciamo prima il follow the money dei soldi e mezzi che noi diamo in Libia. E vediamo se sono usati tutti in modo nobile. 
Molte riflessioni sono molto interessanti.
E aver sollevato il dibattito è molto interessante. È un effetto positivo qui, dello stare lì. 
Aiuta ad accorgersi che no, non è mica normale che ci siano ong in mezzo al mare a raccattare gente. Anche perché non è normale che ci sia gente da raccattare.

martedì 25 aprile 2017