venerdì 10 marzo 2017

Debolezza e forza del consumatore

Il consumatore, da solo, è la parte debole nell'interazione tra persona e impresa. E per questo ha bisogno di tutela.

Il consumatore, se assieme ad altri, ha una enorme forza da giocare nei confronti dell'impresa e delle istituzioni. E' sempre stato così, oggi, con le attuali modalità di comunicazione e con la centralità che la reputazione ha per un'impresa, è ancora più vero.

Il consumatore oggi non ha solo il potere di difendersi, ma anche quello di orientare fortemente il modo di produrre dell'impresa.

E orientare il modo di produrre di un'impresa non vuol dire solo ottenere prodotti migliori o prezzi migliori o condizioni di acquisto migliori. Significa anche poter incidere sul modo in cui quell'impresa organizza il lavoro.

Questo significa che non è detto che l'unica modalità di mobilitazione sia per forza sempre lo sciopero, che parte dai lavoratori. Possono esserci anche forme di mobilitazioni, come sono i cash mob e le campagne, che partono dai consumatori.

Occuparsi di lavoro, per le Acli, può voler dire molte cose. E non tutti i posti devono fare la stessa cosa. Oggi a Roma ragionavamo di recupero di eccedenze alimentari (cioè di come fare in modo che lo spreco non resti tale ma torni in circolo in modo utile). In altri posti sono partiti dei GAS (cioè dei consumatori che si mettono assieme per fare in modo comune i propri acquisti). In molti posti, compreso qui, ci sono forme varie di solidarietà. Come tutte le varianti della vostra tradizione del caffè sospeso, che proprio da Napoli si diffonde altrove. In altri posti ancora la solidarietà assume la forma di distribuzione di pacchi famiglia, aiuti concreti e pratici per la sussistenza.

Questi sono i filoni di attività che alle Acli interessano e che vogliono sviluppare attorno al tema consumo. Le forme possono essere diverse. E alcune cose si possono modificare. Ma in questo senso ci interessa e ci fa piacere che anche qui ci sia la voglia di partire in questa direzione. E speriamo di rincontrarci anche in futuro...

Liberamente tratto dall'intervento a Portici (NA). 

L'eccedenza

L'eccedenza, in una società dei consumi, non è una disfunzione del sistema. È parte integrante di un sistema disfunzionale. 
Occuparsi di recuperare gli scarti e rimetterli in circolo non è un fine, è un mezzo. È il mezzo per costruire reti che aiutino le persone scartate ad uscire dai margini e rimettersi in circolo. 
Ed è un modo per costruire alleanze tra soggetti diversi del territorio (chi produce, chi distribuisce, chi assiste, chi ha bisogno, chi amministra). E quindi costruire coesione sociale e comunità. 
Ed è un modo concreto, comprensibile e prendibile di fare qualcosa di socialmente utile. 
E, attraverso il fare e la riflessione sul nostro rapporto con le cose, è un modo per educarci tutti a stili di vita differenti. Persone ed organizzazioni. E per trovare (in virtù della rete e della acquisita consapevolezza) anche la forza e la motivazione per provare a cambiare il sistema. 
Insomma, dicevamo oggi, cose come il recupero delle eccedenze alimentari non sono azioni caritatevoli aggiuntive da accostare al normale fare Acli. Sono modi concreti di sperimentare modi nuovi di essere Acli. 

Sintesi liberamente tratta dal dialogo tra Lidia Borzì, Italo Sandrini e la sottoscritta. Su invito di Erica Mastrociani.

sabato 4 marzo 2017

La gardenia

Al banchetto come famiglia. Su proposta ed invito degli scout, a raccogliere offerte per la ricerca per combattere la sclerosi multipla, un sabato mattina, in un ipermercato della periferia romana.

Luogo, tempo, causa, formazione.
È un frullatore di "cose fatte mille volte nella vita" e di "è comunque una prima volta, fatta così".

Insomma, è un'esperienza.

Pietro la sera prima vuole fare un cartello. Giovanni osserva, cercando il suo spazio.

Poi arriviamo, con due capi scout (marito e moglie, lei incinta) di reparto, che non conosciamo ed un ragazzo del clan. Montati i tavoli, sistemate le piante, si comincia.

Che sia raccogliere firme, vendere biglietti della lotteria, fare sondaggi o piazzare gardenie...cercare di intercettare la gente per strada è sempre un'esperienza istruttiva.

Farlo da genitore, assieme ai figli, aggiunge una variabile non secondaria.

Pietro sente il compito. Ci crede. E prova a parlare con tutti.

Pietro: se dicono no... lo capisco. Ma perché non mi ascoltano e non mi guardano in faccia?
Gli si legge in faccia che ci resta male, all'inizio. Non è rabbia. È stupore ed incomprensione.

L'istinto di pancia è di proteggerlo. Sottrarlo, offrire una spiegazione rassicurante o suggerire tecniche difensive. Ma è un attimo. Lui non molla, continua. E arrivano le prime offerte. E le prime gardenie. Ed allarga il giro. Va da solo, più lontano, nei corridoi...

Al banchetto sembra che la gente arrivi in autonomia, poi si avvicina "Ce l'ha detto il bambino...".

Mamma: Pietro, quando ti dicono di si, puoi anche tornare con loro. Così ti godi anche il momento bello.
Pietro: No, non serve. Ci siete voi lì. Io parlo con gli altri.

Lui semina, noi raccogliamo.
Altro che proteggere... Prima lezione.

Noi adulti abbiamo esperienza. Agli adolescenti, agli stranieri, a quelli con la faccia dura senza un sorriso non diciamo niente. Puntiamo a chi incrocia lo sguardo, alle signore, ai carrelli pieni... Valutiamo, selezioniamo...

I bambini hanno meno pregiudizi. Parlano a tutti. Senza distinzione. Non calcolano l'investimento. Seminano e basta. Seconda lezione.

Giovanni ha i suoi tempi. Ma poi si sblocca anche lui. Non riesce ancora a chiedere. Ma riesce a dare.  Gira a regalare palloncini a tutti i bambini.
Chiedere è più difficile di dare. Ci vuole più tempo. Certo. Terza lezione.

Anche con i palloncini, c'è chi è diffidente. Di nuovo. Lo stupore. L'istinto di protezione. E poi Pietro è in uniforme. È protetto da un'identità collettiva. Giovanni è spoglio, nei suoi vestiti normali. E con pure il dito rotto...

Mamma: non insistere, se non lo vogliono il palloncino...
Giò: ma non è vero che loro non vogliono. Sono le mamme che hanno paura...
Quarta lezione. La protezione che protegge troppo. Appunto.

Poi pian piano prendi confidenza anche tra adulti. Chiacchieri. Racconti. Spunta fuori un Sarajevo...

Stare in strada e cercare di parlare con la gente non è mai facile. Devi trovare il coraggio di buttarti. E mettere in conto la frustrazione di tanti che ti ignorano, molti che ti prendono in giro, qualcuno ti risponde male...

Però, dopo un po', impari a non dare per scontato niente. E a quel punto, al posto di notare la maggioranza che dice no, cominci a notare la minoranza che dice si.

E quando smetti di cercare il numero e la massa, cominci a vedere le singole persone. Vedi chi si ferma, chi ci crede, chi dà, chi chiede...

E vedi che c'è persino chi "ti vede" e al tuo "grazie" risponde "grazie a voi, che impiegate il vostro tempo qui".

Fa un po' strano stare al banchetto per una causa "non tua". E di cui in fondo non sai moltissimo. Ma ha un buon sapore. Di leggerezza, gratuità, fiducia.

Siamo tutti stanchi questo pomeriggio.
Ma è stata una bella mattinata. 

P.s. Pensieri della sera
Giovanni: però non capisco perché non posso aspettare vicino ai giochi e dire "mi dai un passaggio?" ai bambini che salgono sulla macchinina a due posti da soli e ci mettono il gettone...

Pietro: è strano, pensavo che era molto molto più facile vendere. Però pensavo pure che ne vendevamo molte molte meno...

venerdì 3 marzo 2017

Didattica innovativa


P: abbiamo inventato le barzellette per imparare la grammatica.
Mamma: si, carino, però non funziona!

#Dettotranoi www.faccioquellocheposso.com 

lunedì 27 febbraio 2017

Fabiano e Matteo

Per favore, quanto meno non mettiamo l'uno contro l'altro Fabiano e Matteo. 

Sono due persone che vivono una situazione fisica di estrema difficoltà. Ed entrambi hanno scelto, in modo coraggioso, doloroso ed inconsueto, di entrare nel dibattito pubblico portando un contributo frutto della propria esperienza e sofferenza.

Fabiano ci dice che l'Italia non riesce a farsi carico della condizione di una parte dei propri cittadini. Né nell'affrontare la vita. Né nell'affrontare la morte. 
Qualsiasi cosa si pensi e si creda, questa è una realtà. Dolorosa e scandalosa. E i destinatari del messaggio siamo noi. 

Matteo ci dice che anche chi non può muoversi e fare ha un ruolo in questa nostra società. Ed è quello di pensare. E che proprio di quel pensiero "diverso" la società ha bisogno per ripartire. 
Preso sul serio, è un pensiero meraviglioso e rivoluzionario. Ed anche qui, i primi destinatari siamo noi. 

E poi manca ancora un pezzo, mi verrebbe da dire, il pezzo di chi non può nemmeno pensare.

Cosa rende le persone persone?
Cosa rende vita la vita?
Di cosa è fatta, realmente, la libertà?
Come si può vivere realmente assieme, tra liberi?
Come può la politica, oggi così grezza, prendersi carico di materie così preziose e delicate? 

Secondo me Fabiano e Matteo, entrambi, ci aiutano a porci queste domande. Non riusciamo a prenderci cura di loro. Vediamo se riusciamo almeno a non lasciar cadere nel vuoto il loro tentativo di fare qualcosa per la comunità!